50 anni di design riletti da Anty Pansera

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Cinquant’anni di storia, dagli anni settanta ad oggi, nel quale il design è divenuto una delle eccellenze del Made in Italy, riconosciuta ed apprezzata in tutto il mondo. Ripercorriamo questo lungo arco di tempo, contraddistinto da piccole grandi rivoluzioni riguardanti materiali, tecnologie e stili, con la storica dell’arte e del design, Anty Pansera.

Come è cambiato il ruolo del designer dagli anni ’70 ad oggi?

Rispetto al passato, è molto diverso perché si è trasformato il contesto in cui il progettista si trova ad operare. Ci sono infatti problematiche che vanno prese in esame, tra le quali, la fine del prodotto. Marco Zanuso, i fratelli Castiglioni, giusto per citare dei grandi progettisti italiani, non hanno dovuto confrontarsi con questo tema, preoccupandosi di dove sarebbero andati a finire i loro oggetti, una volta terminato il ciclo vitale. Ora invece questo è un aspetto di assoluta importanza. Tutto ciò comporta uno studio sui materiali e un costante aggiornamento riguardo a quanto la tecnologia è in grado di offrirci.

Si riferisce al tema della ecosostenibilità…

Sì certo, una materia che domina il dibattito sul progetto contemporaneo e della quale oggi, per fortuna, in moltissimi hanno compreso l’importanza. Il consumatore odierno è infatti molto attento e consapevole circa le sue scelte d’acquisto. Ad esempio sceglie prodotti non solo in base alla loro qualità ma anche prestando attenzione al packaging. In genere le confezioni troppo ingombranti vengono ignorate, perché non si ha più voglia di buttare via troppe cose. Ma tornando alla domanda precedente, volevo aggiungere che c’è un’altra sfida che il designer contemporaneo si trova a dover fronteggiare, quella dell’acquisto on line. Se in passato per comprare ci si recava in negozio con la possibilità di vedere dal vivo il prodotto, oggi molto spesso lo si acquista comodamente da casa, con un click dal proprio computer. L’oggetto così non può essere provato, toccato, si offre alla nostra vista in maniera bidimensionale, a volte con la possibilità di essere roteato, dunque in modo molto diverso rispetto a come potremmo esperirlo nel punto vendita. Sta dunque al progettista riuscire a presentare l’oggetto in modo accattivante, facendo del suo meglio per raccontarlo in maniera adeguata… Detto in altri termini, il designer oggi deve essere anche un buon comunicatore del proprio lavoro, un compito di cui in passato si faceva carico soprattutto il marchio.

Negli ultimi 50 anni quali sono le figure che sono riuscite ad imprimere svolte significative nella storia del design?

Il design italiano è conosciuto in tutto il mondo e per nostra fortuna il lavoro dei grandi maestri italiani, dagli anni ’60 in poi, continua a rappresentare un esempio da seguire e una fonte di ispirazione ovunque. Alcuni dei nostri progettisti sono andati addirittura a vivere all’estero, penso ad esempio a Gaetano Pesce che oggi abita a New York dove ha aperto uno studio-laboratorio. È un designer che a livello di materiali e di ricerca formale è stato molto innovativo. La poltrona UP5 e UP6 a forma di donna con la palla al piede, oltre al suo significato politico (è un’opera pensata per suggerire una riflessione sulla condizione delle donne, spesso vittime di violenze) segna anche un’importante novità per l’impiego di nuovi materiali e tecniche produttive. Realizzata nel 1969 in poliuretano espanso senza struttura interna, originariamente UP5+UP6 veniva imballata sottovuoto permettendo così di ridurre di molto il volume per lo stoccaggio e il trasporto. Quando si apriva l’imballo, la poltrona lievitava assorbendo l’aria fino ad assumere la sua forma originale. Un’idea che Gaetano Pesce ha affermato di aver partorito mentre faceva la doccia. In effetti il meccanismo è quello di una spugna che si comprime se la si stringe e che riassume la sua forma originaria quando la si rilascia. Ma a parte Pesce, sono veramente molti i progettisti italiani che hanno fatto scuola e i cui progetti continuano ad essere imitati… pensiamo solo alla lampada Arco di Pier Giacomo e Achille Castiglioni… e potremmo continuare perché l’elenco è lungo. Vi è poi l’importante apporto che le donne in questi cinquant’anni hanno saputo dare al mondo del progetto…

Un mondo, quello femminile, a lei molto caro, che ha studiato e indagato in maniera approfondita, come dimostrano i vari libri da lei scritti sul tema… Vuole citarmi qualche figura che a suo avviso ha lasciato una traccia importante nel mondo del design in questi ultimi 50 anni?

Serie in porcellana Le cretinette di Antonia Campi

Inizierei con una designer a cui sono molto legata, Antonia Campi che con il suo lavoro ha innovato il mondo della ceramica, con oggetti che traevano ispirazione dall’universo animale e naturale e rivoluzionato il mondo del bagno. Grazie a lei questo ambiente si è rinnovato per nuove forme frutto di una ricerca sull’ergonomia e soprattutto per l’introduzione del colore che ha sostituito il bianco fino ad allora dominante. Così, da ambiente asettico e privo di personalità, il bagno si è trasformato in uno spazio luminoso e originale, da mostrare senza timori al pari degli altri ambienti domestici. La vasca Tinoccia che offre diverse funzioni, realizzata alla metà degli anni ’70 per Pozzi Ginori, è un ottimo esempio della grande carica innovatrice di Antonia Campi.

Un’altra donna che ha apportato significativi cambiamenti nel mondo del bagno è stata Giovanna Talocci che per Teuco ha disegnato vasche a idromassaggio e lavorato molto sul tema della doccia, arricchendola con una serie di funzioni innovative. Altre progettiste degne di nota sono state Cini Boeri, autrice di numerosi progetti iconici come i divani e la famosa poltrona in vetro curvato Ghost prodotta da Fiam nel 1987 e Anna Ferrieri in Castelli che con il marito Giulio Castelli ha dato vita a Kartell, il grande marchio di design, per il quale ha realizzato piccoli carrelli, cassettiere, contenitori e una serie di sedute molto innovative.

Concluderei questa mia breve rassegna sulla progettualità al femminile citando due designer, diverse per poetica ma uguali per forza espressiva. Mi riferisco a Elena Salmistraro il cui percorso si caratterizza per un interessante decorativismo e a Marta Sansoni che si distingue invece per un elegante minimalismo.

Come giudica la contaminazione del design con altre discipline, tendenze che a più riprese hanno fatto la loro comparsa nella storia del design? Mi riferisco soprattutto all’arte e alla moda…

Sono fenomeni che non mi hanno mai sorpreso, nel senso che non costituiscono una novità. Soltanto in Italia, infatti, abbiamo avuto una scissione netta tra la figura dell’artista e quella del progettista. Ma se guardiamo al nostro passato ci rendiamo conto che questa distinzione non ha ragione di esistere. Pensiamo infatti alle corti rinascimentali dove gli artisti progettavano gli eventi, i matrimoni, i funerali, le ricorrenze o i pranzi per i quali curavano nei minimi dettagli tutto quello che si metteva in tavola… Non dimentichiamoci ad esempio della famosa saliera di Cellini. Nel passato questa figura complessa e sfaccettata realizzava anche i vestiti delle signore che si dovevano sedere in un certo modo perché le sedute avevano delle caratteristiche ben precise. Dunque molto tempo fa c’era già questa fusione, la distinzione, la frattura tra le discipline è avvenuta nel secolo scorso e negli anni ‘50 è stata avvertita in maniera molto forte. La riproducibilità industriale dell’oggetto, anche secondo la definizione che ne ha dato Gillo Dorfles ha accentuato la rottura. Per concludere direi che la contaminazione che continua a riaffacciarsi nel mondo del design, è quindi un ritorno ad un passato lontano in un’ottica di progettazione globale.

Focalizzando ora l’attenzione sul mondo della casa, quali nuovi rituali e stili di vita i designer contemporanei stanno creando per i nostri interni?

Il covid ha portato un profondo cambiamento nel modo di concepire e di vivere la domesticità. Lo stare forzatamente chiusi in casa ha costretto ognuno di noi a convivere per lungo tempo nello stesso spazio ponendo in evidenza il problema della privacy e nello stesso tempo l’importanza del balcone, ossia di avere uno sbocco verso esterno. Il bisogno di riservatezza nell’ambiente domestico mi ha richiamato alla memoria quella grande rivoluzione che il corridoio aveva introdotto nelle case nell’Ottocento, riuscendo a scandire i diversi ambienti. Prima della sua invenzione, l’appartamento era formato da una serie di stanze che si susseguivano una dopo l’altra e questo ovviamente creava alle persone un problema di privacy. Come dicevo, la pandemia ha posto di nuovo in rilievo questa necessità, che a mio avviso continuerà anche ora che l’emergenza covid è finita. Gli open space, molto in auge per lungo tempo, hanno creato vari problemi e mostrato tutti i loro limiti, così la divisione degli spazi torna di nuovo ad essere ricercata. Tempo fa ho organizzato una mostra- concorso per la quale ho chiesto a dei designer di inventare oggetti mai progettati e molti di loro hanno realizzato mobili che erano un po’ anche delle alcove… ad esempio una scrivania o una seduta avvolte da una sorta di paravento che creava uno spazio personale, intimo, capace di creare privacy…

Pensa che il covid abbia spogliato il design di quell’alone glamour che per anni lo ha ammantato, rendendolo più funzionale e minimalista?

Ritengo che oggi i diversi stili convivano perfettamente, non vedo una tendenza dominante. Come già notavo, il consumatore oggi è molto informato ed è in grado di scegliere in maniera consapevole tra l’enorme quantità di proposte che il mercato gli mette a disposizione.

Soffermiamoci ancora sul mondo della casa. Lei dirige il MIDeC (Museo internazionale del design ceramico) di Laveno-Mombello che ospita un’ampia collezione di oggetti di terraglia forte, tra cui servizi da tavola, realizzati tra la metà dell’Ottocento e la metà del Novecento nell’area lombarda. Un osservatorio privilegiato per capire quali cambiamenti la cultura della tavola ha subito nel tempo…

Allestimento di tavola con pezzi della società Ceramica di Laveno. MIDeC, Museo Internazionale
del Design Ceramico

Si decisamente. La tavola è un universo che sta cambiando profondamente anche dal punto di vista della sua “messa in scena”. Oggi è possibile allestirla, senza destare scandalo, come sarebbe avvenuto in passato, utilizzando pezzi provenienti da servizi diversi, mischiando così stili differenti. Per questo definirei la tavola di oggi “disarticolata”. Oggi non scandalizza nemmeno più un servizio all’americana con tovagliette di stoffa, plastica o altri materiali… Una bella differenza rispetto a quando la preparazione della tavola prevedeva la stesura di un panno, poi di una tovaglia e infine dei numerosi pezzi del servizio…. È un cambiamento molto significativo che riguarda soprattutto le nuove generazioni, poco interessate a quei servizi composti da un numero infinito di pezzi e che segna anche un nuovo approccio al consumo di cibo.

Quali sono le sfide che il design si troverà ad affrontare in futuro?

Evito di risponderle la sostenibilità, perché come tema lo do per scontato, ossia un prodotto non sostenibile oggi non lo prendo neppure in esame e come me moltissimi altri consumatori. Dunque le rispondo, i nuovi materiali la cui ricerca continua ad essere molto importante. Essi infatti consentiranno delle messe in forma veramente innovative. Il designer è da sempre una figura curiosa che deve avere delle antenne altissime per cogliere e soddisfare bisogni ed esigenze a volte molto complessi e mutevoli. Accanto ai materiali anche le nuove tecnologie avranno ovviamente una grande importanza…

Anche lei ritiene che l’innovazione passi attraverso la tecnologia?

No affatto, perché a mio avviso si può innovare anche attraverso le mani con la pratica artigiana che non a caso si sta di nuovo diffondendo. Penso all’artiere, a colui cioè che progetta e produce, mettendo in connessione il suo cervello con le sue mani. Le mani sono importantissime, non scordiamocelo.

CHI E’

Anty PanseraAnty Pansera Storica e critica dell’Arte e del Design, Anty Pansera ha pubblicato numerosi volumi sul disegno industriale, le arti decorative e la progettualità femminile nei campi dell’arte, dell’artigianato e del design. È socia fondatrice dell’Associazione D come Design, di cui è presidente. Tra le sue competenze, l’organizzazione e costituzione di archivi, l’ideazione, progettazione e coordinamento di mostre e dei relativi cataloghi, di eventi, convegni e concorsi, la progettazione e realizzazione di prodotti editoriali. È stata docente al Politecnico di Milano e all’Accademia di Belle Arti di Brera, dal 2010 al 2016 presidente dell’Isia di Faenza. È stata membro del cda della Fondazione Museo del Design della Triennale e del trustee della Design History Foundation. Per il suo «impegno mai dogmatico ma sempre impegnato nel calare la cultura del progetto in territori professionali ampi» nel 2020 le è stato attribuito il premio Compasso d’oro e dal 2022 è socia onoraria dell’AIS/Design, Associazione Italiana Storici del Design. Dal marzo del 2023 è conservatrice del MIDeC (Museo internazionale del design ceramico) di Laveno-Mombello.

MIDeC

Dal 2023 Anty Pansera è la conservatrice del MIDeC, il Museo internazionale del Design ceramico fondato nel 1971. Coadiuvata da Giacinta Cavagna di Gualdana, ha così spiegato la filosofia che permeerà il suo lavoro per il Museo: «La valorizzazione del patrimonio del MIDeC è il primo dei pilastri del progetto che ci si propone di riscoprire un intrigante passato e riaprire casse piene di meraviglie. Il secondo è l’attenzione e la messa in scena di momenti pregnanti della storia della ceramica e dei ceramisti, coniugata con l’attenzione al presente e alle innovazioni che questo materiale ecologico permette progettualmente e creativamente: la ceramica è infatti sempre più protagonista della ricerca, borderline tra il mondo del design e l’arte». Con sede nel cinquecentesco Palazzo Perabò, il Museo ha un’area espositiva di 11 sale al primo piano, che ospitano l’esposizione permanente mentre al pianterreno le quattro sale sono dedicate a mostre temporanee. La maggior parte delle opere permanenti, provengono dalla Società Ceramica Italiana Richard-Ginori, e riguardano il patrimonio storico della Società Ceramica di Laveno, e da alcune donazioni di privati. Fino al 30 settembre ospiterà la mostra 100% un centenario e cento pezzi: Richard Ginori e Gio Ponti 1923- 1933 in una collezione lavenese. Nel chiostro intanto volteggeranno i fiabeschi personaggi di Lunardon e Grasselli, Margherita e Pinocchio, in vetro e ceramica: a coniugare le specificità dei materiali, durezza, fragilità e trasparenza.

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