Quando i valori travalicano il tempo. Dialogo con Alberto Alessi

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Incontrare Alberto Alessi per chi lavora nel mondo del design è sempre una forte emozione, anche se l’incontro avviene attraverso una piattaforma di video-conferenze. Dobbiamo parlare di un evento importante: i cento anni di Alessi, ma lui subito, da dietro la coltre di fumo della sua pipa, scompiglia le carte in tavola.

«In realtà non mi interessa interpretare questo evento come una celebrazione ma piuttosto come una occasione per approfondire i contenuti che hanno reso questa azienda così particolare, mi interessa comprenderne i significati che possono avere oggi e nel prossimo futuro.

Abbiamo individuato così 12 valori che costituiscono la nostra anima e ad essi abbiamo legato 12 progetti del nostro archivio, molti dei quali inediti, che costituiranno un percorso che si snoderà per un anno intero».

In effetti il racconto Alessi ha visto protagonisti tutti i nomi più importanti della progettualità internazionale. Cosa hanno portato queste collaborazioni?

Nella mia carriera ho lavorato con circa 300 autori (designer, architetti, artisti). Ognuno è stato importante anche se certamente qualcuno ha avuto un’influenza più profonda. Negli anni ‘70 ho collaborato con alcuni maestri del design italiano come Sottsass, Sapper (anche lui milanese d’adozione), Castiglioni, Mendini… Questi maestri hanno avuto sicuramente un’influenza particolare nell’evoluzione della pratica Alessi perché con la loro personalità hanno lasciato un’impronta. A poco a poco, questa somma di impronte ha fatto sì che l’Alessi diventasse una delle fabbriche del design italiano.

Cosa Alessi può e deve portare oggi nel mondo della progettualità?

Il nostro ruolo richiederebbe di essere in grado di proporre di volta in volta progetti capaci di rappresentare l’epoca, il tempo in cui stiamo vivendo. Oggi questo è sicuramente molto difficile ma io mi interrogo in continuazione, mi guardo in giro e sinceramente qualche idea ce l’ho…

I paradigmi di valore della domesticità e dei linguaggi si stanno profondamente modificando, accelerati anche dalla pandemia. Come Alessi si pone in questo scenario?

Il fatto di trascorrere più tempo in casa ha portato le persone a riflettere su quegli oggetti che compongono il loro panorama domestico, a osservare con maggior attenzione le “cose” che li circondano. Noi mettiamo tutte le nostre energie nel creare oggetti che abbiano un senso, che contribuiscano all’evoluzione della società dei consumi, con un focus sulla qualità estetica e progettuale.

Come far comprendere questi contenuti oggi alle persone? È sicuramente molto difficile noi ci stiamo impegnando nell’attivare nuove modalità di comunicazione non lasciando mai però che il marketing tradisca la verità.

In particolare, quali fra quei 12 valori che avete individuato possono essere più vicini al consumatore di oggi e in sintonia con le nuove generazioni?

Sicuramente valori come Industrial Craftsmanship, attraverso il quale, ad esempio, vogliamo sottolineare il fatto di essere un’azienda che non risponde alle logiche della mass production, di essere un’azienda vera. E poi penso a Trasgressione, ovvero la capacità di ricercare nuove interpretazioni per tipologie di articoli anche millenari, basti pensare alla pentola di Aldo Rossi; e poi, ancora, forse, anche Arte e Poesia.

Il tutto però sempre partendo dalla speranza che la gente abbia tempo e desiderio di fermarsi ad osservare… perché gli oggetti possono chiamare le persone solo facendo appello alla loro forma e quindi è necessario avere realmente voglia di mettersi in ascolto della loro voce.

Un tema che oggi è un’emergenza ma che può diventare un’opportunità è sicuramente quello della sostenibilità. Come viene interpretato in Alessi?

Sostenibilità per noi vuol dire fare oggetti rappresentativi del tempo in cui sono stati progettati ma che, nello stesso tempo, non conoscano l’usura della moda, che stabiliscano un legame affettivo con le persone e quindi abbiano per loro una durata illimitata. Mi viene in mente cosa mi diceva il mio maestro Sottsass: «Voi imprenditori avete una grande responsabilità anche culturale nei confronti dell’umanità, voi riempite il mondo di cose, per questo dovete fare in modo che queste cose abbiano un valore».

Un altro tema su cui riflettere è il legame con i territori.

Io sento molto il legame con il contesto in cui sono nato, il polo casalingo di Omegna, anche se, purtroppo, ho dovuto assistere, in questi anni, al suo auto-smantellamento. Ne è un esempio concreto l’avventura Twergi, che si basa sulla riattualizzazione della tradizione degli oggetti di legno della Val Strona, da cui deriva il distretto del casalingo del lago d’Orta. Non conosco altra modalità di rapportarmi con la mia vita, se non approfondendo sempre di più il legame con i miei luoghi, con le loro competenze, con i loro saper fare.

Da osservatore privilegiato del mondo del design quali le nuove tendenze che vede nel panorama progettuale e, soprattutto, nelle nuove generazioni?

Noi siamo sicuramente attenti alle nuove generazioni di progettisti, anche se credo che fare il designer sia un mestiere molto difficile e che abbia bisogno di una lunga esperienza. Direi che l’esplorazione della nuova domesticità è al centro degli interessi del mondo della progettazione. Un’analisi del nuovo modo di vivere la casa e l’abitare che dovrebbe portare a nuove tipologie di oggetti. Occorre però dare a queste esigenze risposte coerenti.

Anche Alessi è interessata all’esplorazione di nuovi concetti di domesticità?

Io tengo molto a difendere il nostro catalogo storico, ad esempio, ci sono categorie, come quella dei cestini, che per me sono fondamentali. Cerco nuove interpretazioni di questa tipologia di prodotto anche attraverso la ricerca di nuovi autori. Ma sto guardando anche ad altre categorie, quali l’elettrodomestico o il piccolo arredo.

Il buon progetto dovrebbe essere indissolubilmente legato alla qualità profonda del prodotto.

Questa è la prima cosa che ho imparato da mio nonno Giovanni che non perdonava nessuna mancanza nel livello qualitativo. E la qualità nasce proprio dalla competenza, dalle radici di un’azienda. Concludo facendole un esempio. Fuori dal mio ufficio c’è un giardinetto in cui ci sono due piccoli blocchi di cemento armato, in uno ho posizionato una vecchia radice d’albero da vent’anni immutata, sull’altro un forno solare (una mia passione): nel giro di due anni quest’ultimo oggetto si è praticamente distrutto. Li ho lasciati tutti e due come installazioni esemplificative e credo che fra due anni del forno non resterà nulla, mentre la radice sarà ancora lì.

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