Ogni tavola è la storia di un incontro. Intervista a Gianni Cinti

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Gianni Cinti

Incontrare Gianni Cintistilista, designer, uomo di progetto – è sempre un momento arricchente, un’occasione per riflettere, per confrontarsi con un pensiero appassionato e lucido.

Gianni Cinti
ROSENTHAL
La collezione Heritage, nel decoro Turandot. ph. axel kranz

Allora Gianni, partiamo proprio dalla tua idea di tavola. Ogni tavola per me è la storia di un incontro, una sorta di territorio franco, dove ci si parla, ci si confronta, uno spazio in cui riusciamo ad esprimerci liberamente, un luogo di contaminazioni. Il tema della contaminazione è infatti un tema a me molto vicino, il fil rouge che guida da sempre la mia progettualità sospesa fra moda e design.

Ecco, proprio il rapporto fra fashion design e design di prodotto è da sempre al centro di dibattito. È un rapporto complesso. Credo che la differenza sia in realtà solo il fine: l’abito da una parte, l’oggetto dall’altra, ma è comune il metodo: il territorio della progettazione. Esiste un modo di progettare che nasce dalla capacità di confrontarsi con esperienze diverse che dovrebbe guidare sia il designer che lo stilista. Certo, nella moda i meccanismi sono differenti, a guidare è la velocità, il trend del momento. Ma il mondo della moda fa scuola! Da questo mondo ho appreso la capacità di esplorare territori della contemporaneità, delle tendenze decorative, del colore, della fotografia. La moda è un solido palcoscenico dove esprimere questi linguaggi che possono contaminare anche il mondo del prodotto. Certo, qui le logiche sono differenti, c’è un tema di durata, di attualizzazione del prodotto che risulta fondamentale. Tuttavia, credo che, rinunciando ad inutili snobismi i due ambiti dovrebbero imparare a dialogare. Per me poi, “cresciuto” da Gianfranco Ferrè (stilista ma anche architetto e designer), questo approccio risulta particolarmente naturale.

Parliamo, dunque, proprio dell’approccio di Gianni Cinti alla progettazione degli oggetti. Il mio è un approccio che definirei intimo, credo che i progetti debbano gettare ponti fra culture differenti, mettere in rapporto saperi, spazi e tempi. Credo inoltre nella necessità di caricare gli oggetti di storie in grado di sfidare il tempo e di riallacciare rapporti con i luoghi delle emozioni.

C’è poi un altro tema fondamentale che guida il mio pensiero e che credo debba essere un dovere per i designer italiani, ovvero ripensare un codice espressivo che è proprio della creatività del nostro Paese: il decorativismo. Un codice troppo spesso sottovalutato, se non,addirittura denigrato, ma che evidenzia il legame con l’arte, fondamentale nel pensiero italiano e che i grandi maestri hanno saputo fare proprio (basti pensare ad Alessandro Mendini). Una rilettura emozionale attraverso i codici della contemporaneità che è responsabilità del designer valorizzare.

E arriviamo alla collaborazione con Sambonet che ha dato vita al progetto Jungle.

Il fatto di avere la possibilità di confrontarmi con un’azienda italiana che rappresenta l’eccellenza mi ha spinto a pensare ad un progetto forte. Una posata diversa con differenti livelli di lettura che unisce una riflessione sul concetto di decoro a un percorso progettuale tecnico e funzionale. Ecco allora il pattern foliage, con richiami agli anni 50, che è stato destrutturato per dare vita a un oggetto funzionale ma in grado di caratterizzare una tavola con un tratto contemporaneo e nello stesso tempo romantico, le posate acquistano significato quando si incontrano sulla tavola. Un esempio di approccio concettuale con una forte carica emotiva. È una proposta colta ma anche estremamente trasversale, timeless e che, proprio per questo, va a interpretare l’attualissimo e fondamentale concetto di sostenibilità. Un oggetto destinato a durare e quindi di per se stesso sostenibile. Una posata che, da appassionato d’arte quale sono, definirei situazionalista, per la sua capacità di interpretare, attraverso le differenti finiture e colorazioni, differenti idee di tavola. Proprio come nella moda uno stesso capo può esprimere look differenti a seconda degli abbinamenti.

Questo progetto ti vede coinvolto a 360° in tutte le sue sfaccettature dal disegno al marketing e alla comunicazione. Una riflessione su quanto sia cambiato il ruolo del designer oggi? Oggi il ruolo del designer si colora di competenze e valenze differenti che lo vedono coinvolto nel pensare ma anche nel valorizzare un progetto. Sono convinto che il designer non debba far cadere il suo progetto dall’alto ma debba entrare nelle maglie dell’azienda con cui collabora per conoscerne e comprenderne non solo la filosofia e le logiche ma anche le potenzialità tecniche. È, poi, altrettanto fondamentale non abbandonare il progetto (si capisce quando un progetto viene abbandonato dal progettista) ma seguire l’intero processo e le varie sfaccettature che lo raccontano, proprio per questo ho voluto interagire, in questo caso, anche i vari elementi della comunicazione.

CHI È GIANNI CINTI 

Gianni Cinti (Perugia, 1979) deve il proprio linguaggio trasversale tra arte e design alla sua formazione e alle collaborazioni con prestigiosi brand della moda. L’ingresso nel team creativo della Maison Gianfranco Ferré lo ha affermato a livello internazionale e, con l’apertura del suo studio nel 2010, ha avviato stretti rapporti di consulenza anche con aziende di design. Insegna presso l’Istituto Europeo di Design di Milano, dove vive e lavora.

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